IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO DI QUESTO COVID

IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO DI QUESTO COVID

Sono le 6.10 del sabato mattina e Francesco Cirignotta, barbiere nel suo salone sui Navigli a Milano, esce per fare due pedalate in bici: da quando le attività sono riprese dopo la lunga quarantena, non c’è tempo per svaghi se non all’alba. Alle 7.00 dovrà essere già in salone.

Ed è alle 6.10, stanco ancora del lavoro del giorno prima, che ci manda i suoi pensieri, inanellandoli uno dietro l’altro come le pedalate, con ritmata lentezza e quel gusto un po’ snob con la quale finge di volerci irritare per poterci raggiungere più in fondo.

“A quest’ora siamo in pochi in giro: le persone, quando si incrociano, si osservano per cercare di riconoscersi, anche se è difficile farlo adesso dietro il sipario delle mascherine. Eppure, il desiderio di poter tornare a una vita normale ci fa cadere nei meccanismi di sempre: io per primo scuoto la testa per quello che gira senza mettere le frecce, dissento per l’altro senza mascherina. È come se non fosse accaduto nulla di nuovo negli ultimi mesi. Ma non è così”.

“Mi domando se il Coronavirus abbia portato, con tutta la tragedia, anche qualcosa di buono. E penso al ritorno dei valori. Penso al riconoscimento del nostro mestiere, quello dell’acconciatore, spesso declassato alla serie B, quando non relegato alla C. Tutto ciò che la società aveva alterato, adesso, grazie alla grande assenza creata dalla quarantena, sta tornando ai parametri che gli spettano. La ribalta va ai tanti mestieri che si fanno con le mani: torna in auge perfino quello del contadino, prima dimenticato da tutti, compresa l’economia. Non sappiamo se questa sia un parentesi che si chiuderà”.

“Le giornate sono intensissime per noi acconciatori: si inizia all’alba, si finisce che è quasi notte. Abbiamo, però, il privilegio di poter parlare con tante persone, una alla volta, e di ascoltarle. E ora dopo ora ci rendiamo conto che siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda: quella del timore, della paura che qualcosa possa di nuovo accadere. La consapevolezza che nulla sarà più come prima.  La malattia che porta la morte non ha toccato gli altri questa volta, ma tutti noi: ecco il punto”.

“A chi voglia andare oltre, non resta che rispettare i propri doveri e ruoli, nella consapevolezza che siamo dannatamente mortali. Tutto è fatto di uomini, compresi governi e organizzazioni internazionali, e gli uomini non solo sono mortali, ma anche sufficientemente ignoranti. Adesso più che mai di fronte a questa epidemia che ci ha messo in ginocchio dal punto di vista emotivo, ci rendiamo conto di tutte le fragilità di questa società”.

In questi giorni ho parlato con tanti medici nel mio salone. E ho scoperto che nessuna grande epidemia del passato è mai stata debellata. A un certo punto è semplicemente sparita, rimanendo latente. L’igiene ci ha salvato dalla peste che non è mai stata sconfitta”.

“Un consiglio. Adesso dovendo iniziare a correre – e anche tanto per poter sopravvivere – io direi di farlo molto più lentamente: fare meno cose e farle meglio per il piacere di goderci quello che abbiamo fatto, senza inseguire il computo delle cose che abbiamo fatto”.

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