CIRIGNOTTA: “MI DOMANDO, LA SUPERLEGA È ANCORA SPORT?”

CIRIGNOTTA: “MI DOMANDO, LA SUPERLEGA È ANCORA SPORT?”

Si chiamerà Superlega Europea e sarà di fatto un circolo esclusivo di 20 club. Forse sostituirà tutti i campionati del vecchio ‘continente’. Se ne parla e se ne straparla ovunque, compresi i saloni da barbiere dove nel giro di poche ore è diventato l’argomento ineludibile. Francesco Cirignotta, il Barber Snob di Milano, interviene a gamba tesa e fa, come d’abitudine, uno dei suoi pignoli, incontestabili ‘distinguo’: una cosa è lo sport, tutta un’altra è l’intrattenimento. Bene, le grandi squadre è da tempo che non fanno più sport.

Superlega sì, Superlega no. C’è chi è d’accordo e chi no. Chi è felice e chi si sente tradito. Come in tanti altri ambiti, l’ipocrisia la fa da padrona. Mi spiego: da tempo si parla di sport e spettacolo, come se fossero due facce della stessa medaglia. In realtà, se ci pensiamo bene, il termine sport, in una condizione in cui le società sono anche quotate in borsa, traballa.

Il valore dello sport è la partecipazione, il desiderio di vivere insieme, in competizione: è una parte integrante della nostra educazione, una fucina di valori, confronto e condivisione. Questo è lo sport. E questi, in effetti, sono tutti elementi che vengono presi in considerazione nei campionati delle grandi squadre professionistiche. Il problema è che lo sport non si fermerà mai professionismo, lo trascende. Con le grandi squadre quello che agli inizi era sport, in realtà è diventato intrattenimento.

L’ipocrisia sta proprio nelle mettere l’una accanto all’altra le parole sport e spettacolo: secondo me, se si togliesse del tutto il concetto di sport e si lasciasse solo il concetto di spettacolo, tecnicamente i grandi club avrebbero la libertà, probabilmente anche giuridica, di poter mettere in moto formule innovative che andrebbero a intrattenere le persone anche sulle ambite piattaforme di ultima generazione.

Sì, perché, parliamoci chiaro, qui di fatto uno dei grandi temi è la fuga dalla televisione e il desiderio di posizionarsi con profitto sulle nuove piattaforme, anche allo scopo di attirare l’attenzione dei più giovani: il tutto per aumentare il valore economico dello ‘sport’, in questo momento quanto mai traballante.

Fatte le debite considerazioni, la mia posizione è solo di ragionamento: lo sport ha un valore, ha a che vedere con un’educazione sportiva, con il rispetto. Là dove si parla di sport, ma intervengono interessi economici, compreso quello di pagare meno tasse come club sportivo, io da purista avverto uno stridio tra contenuti. Per me lo sport è appunto qualcosa di puro: non va sporcato con l’ipocrisia. Accettiamo pure l’evoluzione della Superlega con il piacere di assistere tutti a uno spettacolo di intrattenimento, ma cominciamo a chiamare le cose con il loro nome. Evitiamo con pudore il termine ‘sport’. Ed evitiamo di parlare di sport popolare: il professionismo, con gli interessi economici annessi, non sarà mai uno sport popolare. Potrà essere uno spettacolo, una forma di intrattenimento sulle nuove piattaforme, ma andrà chiamato per quello che è.

In maniera infantile, potrei anche aggiungere: ma se nemmeno lo sport è capace di unire l’Europa, quando nascerà mai un’Europa popolare?

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