INVITO AL SILENZIO, LINGUAGGIO UNIVERSALE

INVITO AL SILENZIO, LINGUAGGIO UNIVERSALE

In questi giorni di polemici a gettone, esperti improvvisati e social invadenti, il Barber Snob Francesco Cirignotta ci invita a spegnere il volume. L’ultimo gesto libero di un mondo ormai sempre ‘acceso’.

Gli dei hanno dato agli uomini due orecchie ed una bocca per poter ascoltare il doppio e parlare la metà. Talete

Volevo trovare il modo di far sorridere di se stessa la mia gente, i parigini, gli occidentali. Detestavo però il rumore … ce n’era già allora, ma non come oggi che straripa dalla strada, dai film, dalle canzoni. E allora nacque Bip e la musica del silenzio. Marcel Marceau.

Tutte le arti, anche il silenzio, hanno una grammatica. Ma prima bisogna sintonizzarsi sull’anima: con il corpo, con il cuore, con lo sguardo. Non bastano i gesti. Il pensiero di Bip.

Presta a tutti il tuo orecchio, a pochi la tua voce. William Shakespeare.

 Bastava una sola, semplice cosa: il silenzio, il non parlare portava molto più tempo per pensare. Pensare portava più tempo ad ascoltare. R. Battaglia, “Un cuore pulito.

 La strada per la grandezza passa attraverso il silenzio. Nietzsche.

SENZA PAROLE

Bip è il silenzioso Pierrot con la maglietta a strisce, il viso imbiancato e il cappello con il fiore rosso, del quale il celebre mimo Marcel Marceau ha interpretato avventure e disavventure, dimostrando come sia possibile sfiorare il cuore della gente affidandosi alla poesia del silenzio.

Marcel Marceau spiegava così la sua arte. ‘Il mio mestiere è non parlare. Il mimo è il testimone della vita di un uomo. Quest’arte tocca le coscienze del mondo intero senza distinzione di lingua, di razza e di colore e consente di creare veramente un’unione fra tutte le persone del mondo’.

La levità con la quale Marcel Marceau ha vissuto la sua arte è ben espressa dalla celebre scena che vede Bip finire nei guai e, per sottrarsene, volare via muovendo le mani come fossero ali di un uccello o di un angelo, in silenzio. Una sola volta Bip parlò: avvenne nel film ‘L’ultima follia’ di Mel Brooks e l’unica parola che pronunciò fu: no.

LA MISURAZIONE DEI DECIBEL

Karl D. Kryter, un esperto di acustica, definisce i decibel. ‘Nell’acustica il decibel è pari a dieci volte il logaritmo in base dieci del rapporto di due grandezze proporzionali alla potenza (per esempio, la pressione istantanea del suono)’.

È una definizione piuttosto tecnica, ma quel che conta ricordare è il concetto di pressione. Quanto più alti sono i decibel, tanto maggiore è la pressione alla quale siamo sottoposti e tanto più sgradevole, potenzialmente, è l’esperienza del rumore, al punto da provocare effetti negativi di natura fisiologica e psicologica.

LA PAROLA AL SILENZIO di Francesco Cirignotta

Il silenzio, se lo si sa usare, ha un suono soave e un significato denso di valori. Mi viene in mente l’idea dei silenzi della meditazione, che altro non sono se non parole senza rumore, oppure il frastuono del silenzio della solitudine.

Il valore del silenzio nasce dalla capacità di comprendere: è proprio lì che la parola si genera e prende suono e significato. Spegnere il cellulare, scollegarsi dal computer, dal bisogno di raccontarsi, dal bisogno di rumore e finalmente individuare dove siamo, ricollocare la nostra fisicità in uno spazio e un luogo.

Scollegarsi e saper ascoltare il silenzio ci induce anche a una più lucida comprensione dei fatti e delle cose. Con il silenzio si offre attenzione agli altri e a sé, si generano distanze o intimità tra gli individui; con il silenzio si esalta la comunicazione più pura, ossia la parola del corpo, quella che per sua natura non sa mai mentire.

Il silenzio annulla le inutilità, scopre le incongruenze, smaschera le finte attenzioni, perché il silenzio non lo si può ascoltare nella sua vera essenza con le orecchie: si può solo percepire con il cuore e il rispetto.

Tutti noi siamo capaci di usare il silenzio in tutte le sue peculiarità: e allora facciamolo.

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